Riforma degli enti locali: siamo sicuri che i cittadini non la vogliano?

Giorgio Ferroni

E’ evidente che il CLAMOROSO limite della proposta del governo sta nel obbligare i comuni e le province ad una fusione forzata organizzata con un blitz realizzato nel periodo estivo su richiamo della BCE; anche perché questo NON è UN FULMINE A CIEL SERENO: L’abolizione delle province era uno dei punti del programma della PDL del 2008; Novara Biella e Vercelli stanno da mesi lavorando per mettere in comune strutture e servizi; Il progetto Calderoli, in discussione ad ottobre prevede l’obbligo della gestione associata dei servizi per i comuni con popolazione inferiore ai 5000 abitanti.
Tutti sapevano che si sarebbe arrivati a questa situazione perché non si è aperto per tempo un tavolo per costruire, dal basso, assieme alle amministrazioni locali in cui la politica mettendo anche se stessa in discussione richiamava tutti ad un assunzione di responsabilità? Perché non si sono abolite anche le province metropolitane che sono le più inutili di tutte? Che fine faranno le comunità montane? Come si interfaccia questo DL con la proposta Calderoli?
La risposta è che il governo non ha un idea rispetto ad un riassetto complessivo dello stato, aveva altre priorità su cui si è concentrato (vedi processo breve).
Il nostro partito deve però mettere in campo una proposta bandendo definitivamente tutti i  timori che l’hanno fin qui rallentato perché la questione di una RIFORMA SERIA DEGLI ENI LOCALI E’ COMUNQUE INELUDIBILE e percepita da cittadini, amministratori e dipendenti come una necessità.
Per troppi anni la pubblica amministrazione ha sperperato e abusato di assunzioni e spese fuori mercato e questo ha contribuito non poco al dissesto economico del paese, ora il tempo delle vacche magre è arrivato e semplicemente non ci si può permettere un sistema di questo tipo. Quindi è dovere del PD essere il patito della proposta e non della conservazione anche perche questo paese non è più quello di quaranta anni fa. Nel nostro specifico i comuni di montagna un tempo non depuravano l’acqua, non facevano il trasporto scolastico ne i servizi sociali, ora un comune di 500 o 1000 abitanti poco conta, o fa questi servizi in forma associata o non li fornisce.
Ovviamente ha ragione chi afferma che il costo degli amministratori locali non è il vero problema.  Il vero problema è avere delle strutture che abbiano un’organizzazione tale per cui gli enti pubblici possano gestire con criteri di trasparenza ed economicità le funzioni legate ai servizi fondamentali e questo, è inutile che ci si giri intorno, lo si può avere solo razionalizzando (rendere razionale più adeguato e rispondente allo scopo” – zingarelli) ed unificando enti e servizi.
Rispetto alla questione dei comuni come presidio della democrazia diretta mi sembra che sia un aspetto abbastanza teorico, ma se guardiamo al nostro territorio abbiamo una serie di esempi che  mostrano come molto spesso i comuni siano un terreno di conquista per avere un posto in enti di secondo grado, visibilità et..
Ricordo i comuni della Valle Cannobina (falmenta Gurro et..) dove spesso si organizzano liste importando candidati di varie parti della provincia, a Gurro dei 150 residenti oltre la metà sono solo formali, gli altri vivono in Svizzera e due anni fa non avendo raggiunto il 50% dei votanti il comune è stato commissariato, o il comune di Seppiana amministrato da chi risiede altrove, il comune di Trasquera (molto ci sarebbe da dire) che per tre mandati ha avuto un sindaco non residente, il comune di Montecrestese  che pur avendo 1100 abitanti non riesce ad esprimere più di una lista; il comune di Bognanco dove sistematicamente si candidano non residenti per avere il posto in Comunità Montana et..
La partecipazione è ai minimi storici, anche in comuni medi come Crevoladossola ci sono delle oggettive difficoltà ad avere adesioni a liste amministrative e i consigli comunali sono sostanzialmente deserti rispetto al pubblico.

Comunque a parte tutto poniamoci delle domande: l’attuale sistema delle autonomie locali è funzionale per dare servizi ai cittadini?
Evidentemente la risposta è no. I piccoli e medi comuni hanno problemi di organico, una maternità di fatto può bloccare un ufficio per un anno; molti servizi non hanno un responsabile in pianta stabile; i segretari comunali sono sempre e comunque a scavalco; ci sono difficoltà a gestire i servizi che spesso devono essere esternalizzati con costi aggiuntivi.
Siamo consapevoli che nessuno dei sette comuni della Valle Vigezzo (escluso Santa Maria) ha un tecnico comunale in pianta organica, che di media i comuni vigezzini aprono lo sportello per due ore a settimana con tecnici professionisti esterni che  vengono retribuiti a fattura.
I bilanci sono sempre assolutamente e perennemente in difficoltà e ovviamente non si può pensare di avere più risorse a breve.
Pensiamo alla Comunità Montana Ossola, è sostanzialmente in stand bye da due anni, eroga finanziamenti con grande difficoltà  e se facciamo un rapporto fra servizi erogati e costi  di funzionamento abbiamo un valore assolutamente basso.

Siamo proprio sicuri che i cittadini siano così indissolubilmente legati al municipio? Ovviamente se la scelta è avere lo stesso livello di servizi attuale senza avere la rappresentanza municipale non c’è nessun vantaggio per i cittadini, ma se a questi si proponessero servizi migliori in cambio di un accorpamento di enti la stragrande maggioranza accetterebbe senza problemi. Questo visto anche lo scarso livello di partecipazione alla vita amministrativa, perché alla gente interessa che se c’è un problema questo si risolva, non tanto chi lo risolve. Ovviamente presupposto fondamentale di un operazione di questo tipo è che non ci deve essere un solo problema di tagli ma la volontà di migliorare i servizi (non è purtroppo questa l’intenzione del governo).

Ovviamente è indispensabile pensare in qualche modo ad una futura gestione associata dei servizi, ma poniamoci una seconda domanda: Se realizziamo un unione di comuni che esercita in forma associata i servizi fondamentali attraverso una giunta formata dai sindaci che ruolo resta al consiglio comunale? I consigli comunali nei piccoli centri sono di solito di basso profilo e vengono convocati due – tre volte all’anno, dove ci sono almeno due liste c’è di solito un minimo di controllo della minoranza, altrimenti si ratifica quello che va in giunta, allora come mettiamo in campo un minimo di controllo (quello si democratico) sull’azione della giunta dell’unione? Pensiamo ad un consiglio tipo comunità montana con tutti i suoi limiti? Pensiamo ad un sindaco podestà come il centro destra (qui sarebbe veramente la morte della democrazia)? O forse non sarebbe meglio pensare ad un consiglio classico eletto direttamente dai cittadini con le preferenze, con una partecipazione allargata, maggiori risorse umane e di esperienza,  ma sul  bacino di elettori più ampio dell’Unione? Io credo sia la proposta più ragionevole, ed è però evidente che cosi si realizza di fatto l’unificazione dei comuni dell’Unione.

Giorgio Ferroni

assessore comune di Crevoladossola

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